martedì 28 febbraio 2017

L’ESTETICA DEL MARTIRIO E L’IPOCRISIA CATTOLICA




Questo è un blog di finzione letteraria, lo metto in premessa perché chiunque scorra altri post non vi troverà altro che brevi racconti grotteschi e giochi d’invenzione e, lo dico chiaramente, non ci troverà mai altro. Fatta questa dovuta premessa al lettore dico che ci sono argomenti del vivere quotidiano che non si possono incasellare all’interno della semplice etichetta di “riflessione sul fatto di cronaca”, di “commento” o di articolo di fondo.
Scrivere è una esigenza dell’uomo, per alcuni, come il sottoscritto, una malattia che diventa negli anni una professione. Scrivere è cercare di scardinare le regole dell’evidente per arrivare al cuore delle vite dell’uomo. In Italia, in questi anni bui e meschini, scrivere è un’esigenza intellettuale.
Stamani mi è capitato di avere per le mani una copia di Avvenire, il giornale della CEI, che, prevedibilmente, si occupa della morte, in una clinica Svizzera, di Fabio Antoniani.
Nella sua versione on line compare un commento in cui si domanda alla stampa a gran voce di “Fare Silenzio” per rispettare la morte del giovane trentanovenne. Peccato sia stato proprio lui a cercare di dare visibilità al suo gesto in funzione politica. Fare silenzio per non confondere l’uomo della strada, la pecorella da pascere al gregge: “solo chiasso, volto a frastornare e suggestionare l’uomo della strada, che ha l’impressione di trovarsi di fronte a una violenza inaudita, quando invece si tratta di una questione oggettivamente problematica, da affrontare senza preventive demonizzazioni di chi non la pensa come noi e avendo ben chiaro che è la vita il valore da affermare e da difendere e non la morte” https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/suicidio-assistito-il-rispetto-dovuto.

Molte cose stonano nel fiume di commenti ipocritamente “pro vita” come amano essere definiti i fautori dell’idea che l’uomo non sia padrone di sé o e meglio che l’uomo non debba essere padrone di sé dal concepimento alla nascita e negli ultimi istanti del proprio vivere.
Le posizioni di questi commentatori sono molteplici e multiformi c’è chi arriva a supporre che “Dj Fabo” volesse vivere, poi ha incontrato Marco Cappato e ha deciso di morire, quindi colpa di Cappato che è una specie di figura infera che toglie all’uomo i motivi del vivere. Qualcuno va ad intervistare il fisiatra che ha avuto in cura il ragazzo che dice che la speranza dell’attesa di un nipotino o di un qualunque evento benefico della vita della famiglia propone orizzonti di speranza al malato che, benché inchiodato sul letto, con un tubo nella gola e un altro nello stomaco, incapace di parlare, vedere, respirare autonomamente, almeno nella sua testa, vive nell’attesa.
Chi ancora, in una specie di gioco da rabdomante della morte va a scovare il ragazzo che, nelle stesse condizioni è contento della sua condizione ed è pieno di speranza, salvo poi degradare lo stesso a confuso essere privo di speranza nel momento in cui dovesse cambiare idea.
Sono tutte posizioni parziali, odiose e prive di quella tanto sbandierata carità e disponibilità al perdono con cui la maggior parte di coloro che le scrivono si sciacquano la bocca, tanto più odiose nel momento in cui sono accompagnate dalla famosa frase d’apertura: “Massimo rispetto per la morte di Fabio Antoniani ma…”

Tuttavia non è nemmeno questo quello che mi ha fatto scattare la molla per la quale ho deciso di accantonare tutto quello che stavo facendo per mettermi a scrivere un pezzo, nel Blog sbagliato e, probabilmente al momento sbagliato.
La cosa che maggiormente mi ha irritato è la lettura di una considerazione a margine che traspare dalle righe del giornale cattolico e che, di per se, irrita sempre l’establishment vaticano quando queste cose accadono. Il fatto che il signor Antoniani, come prima di lui Piergiorgio Welbi, Beppino Englaro e, più recentemente il signor Dino Bettamin abbiamo usato il loro corpo per dimostrare un concetto politico. 

E’ impensabile, per questi signori, che si debba fare del proprio corpo un’icona del diritto all’autodeterminazione della vita. In parole semplici: Vuoi morire? Bene, ma fallo da solo e in silenzio senza andare a muovere le altrui coscienze. Fallo senza alzare polveroni, che non serve, perché anche da morto voglio decidere io come devi usare la tua persona, quando devi usarla e con quanto rumore devi andartene. Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II in mondovisione, tu per piacere, in silenzio.
Qui si entra in un campo dell’estetica che trovo davvero ripugnante. Senza cercare di fare il teologo d’accatto trovo questo modello di pensiero rivoltante gretto e, addirittura criminale (per un motivo che dirò più avanti). Andiamo con ordine.

La chiesa cattolica e, più in generale il cristianesimo ha fatto del corpo e della sua sofferenza un brand pubblicitario che, per dirla come si direbbe in un ufficio marketing, tira di brutto da secoli, il marchio vincente. Non so se davvero sia mai esistito Gesù Cristo, sono certo che non è esistito nella forma sincretica e agiografica con cui la teologia lo ha dipinto negli anni. Quello di cui vado certo è che dello scempio fatto al suo corpo, della Passione e della Morte, la chiesa ha fatto un modello. Ancora oggi circola amenamente, come libretto per la formazione delle gioventù cristiane più radicali, un testo medioevale dal nome “l’Imitazione di Cristo” che è solo e soltanto un grande vademecum su come soffrire e morire nella migliore adesione al modello del cristo e dei martiri della chiesa.


Le chiese grondano di esempi più o meno ben riusciti di sofferenze inaudite. Individui che volontariamente si fanno torturare e muoiono per la glorificazione del cristo stesso. La morte autoinflitta per maggior gloria del cristo non era nemmeno una scelta possibile tra le molte praticabili ma, soprattutto nei primi secoli, l’unica accettabile se è vero che molti tra i padri della chiesa si domandavano come fare con coloro che, davanti alla scelta di morire o di abiurare la propria fede, avevano scelto la seconda. Costoro, che avevano deciso di salvare la santità delle propria vita piuttosto che concedersi alle amorevoli cure del boia, potevano tornare nella comunità e dirsi ancora cristiani? Inizialmente pare proprio che la risposta fosse no, salvo poi ammorbidire la propria posizione quando a scegliere per la vita cominciarono ad essere vescovi e prelati più alti con la scusa che la loro missione terrena ancora non era finita.
il martirio di san Sebastiano
L’estetica della morte violenta, del rifiuto alla vita, della scelta nella testimonianza fino in fondo, ha creato una vera e propria letteratura che passa sotto il nome di martirologio.
Il martire, che in greco vuol dire semplicemente il testimone, era e ancora è il vero cristiano.
Non sono cose di duemila anni fa, la chiesa sa sempre come rinverdire il proprio parco macchine con novelli testimoni che preferiscono la morte all’abiura di sé, dai missionari che si fanno uccidere in terre lontane alle figure come Santa Maria Goretti che preferisce la morte al cedere la propria castità il calendario si riempie e si gonfia.
Il corpo massacrato, il corpo afflitto, il corpo sanguinante, il corpo straziato e una costante iconografica, una figura onnipresente dell’esegesi religiosa del monoteismo (vale anche per altre religioni, ci mancherebbe, ce lo insegna il terrorismo di matrice islamica). Con l’avvento della comunicazione di massa una figura sopra tutte è diventata il segno di questo mercimonio della sofferenza a reti unificate per maggior gloria della santificazione: Giovanni Paolo II. Il corpo del vecchio papa veniva piacevolmente mostrato in tutte le sue esibizioni più personali di dolore, in tutte le sue mancanze date dalla malattia e dalla sofferenza. Anni fa una vecchia signora di mia conoscenza, molto cattolica, mi disse: “Peccato che non abbia anche le stigmate sarebbe stato così bello”
un esempio plastico di silenzio dignitoso di fronte alla morte   


La sofferenza, la morte, il dolore, sono modelli che attivano immediatamente la nostra curiosità umana, qualcosa di istintivo che risiede nel profondo delle nostre pulsioni ancestrali. È lo stesso meccanismo che ci fa rallentare in autostrada quando vediamo un’auto distrutta nell’altra corsia. Gli agiografi lo sanno e usano questi modelli a piene mani, ma il gioco funziona solo e soltanto se è la sola chiesa a usarli. Se lo usa pure qualcun altro, con fini diversi, allora no, allora non va bene, allora bisogna immediatamente sanzionare l’atto perché: “Pare assurdo e incredibile che si possa usare il proprio corpo come veicolo di una scelta politica, come esibizione al fine della ricerca di un cambiamento della legge”
Anche il signor Antoniani, e il signor Welbi e tutti gli altri prima durante e dopo sono dei martiri, dei testimoni, e la chiesa lo sa, ed è questo che non le va bene.
Il problema non sta nell’eutanasia, il problema non sta nell’aborto, il problema non sta in quello che diavolo fai del tuo corpo. L’importante, il VERAMENTE importante, è che tu lo faccia in silenzio e senza rompere le scatole al manovratore.
il martirio di Santa Maria Goretti
Vuoi morire? Senza fare tanto casino ti puoi mettere d’accordo in ospedale con un medico caritatevole e compiacente che non mancherà di applicare certi protocolli e scriverà sulla cartella clinica “arresto respiratorio”; “blocco renale” o qualunque altro dei possibili motivi che possono portare un uomo inchiodato ad un letto a morire. Il problema politico della gestione della vita e della morte è ben altra cosa. 

Sono decenni che la chiesa ha perso ogni dignità e possibilità per imporre il suo volere alle masse. Quello che non può tollerare è di non aver più nemmeno il diritto di veto sulle scelte politiche. Questo è il fatto davvero criminale. Qui siamo al paradosso. Un’organizzazione chiusa e ristretta (chi può dire di seguire i dettami della chiesa, chi non è in un certo qual modo nel mondo moderno in disaccordo sui precetti? Quanti sono i Veri credenti? Uno su un milione? E quanti di questi veri credenti nella vita fanno i medici obiettori uno su un miliardo?) che impone a una massa di persone che non abbracciano per nulla le loro idee le proprie regole di comportamento, regole che alla bisogna si possono aggirare, di nascosto, con calma e strategia.
Dico e scrivo da anni che mi piacerebbe poter vivere in un paese dove una persona come me possa avere la possibilità di essere Atea senza il peso di dover essere anche “anticlericale”. L’anticlericalismo mi pesa, lo trovo noioso, triviale e, a volte, inutilmente violento ma sono costretto a essere anticlericale dai fatti.
La chiesa è un gruppo ristretto, faccia rispettare i suoi precetti ai suoi accoliti: nessuno vuole obbligare una ragazza cattolica ad abortire un feto gravemente malformato, nessuno vuole obbligare un omosessuale cattolico a sposarsi e ad adottare figli, nessuno vuole obbligare un cattolico che si scoprisse malato di SLA a ricorrere a procedure di suicidio assistito.
Tutte queste persone hanno un’idea di vita che accoglie la sofferenza come parte integrante del Sé io personalmente non ci credo e non voglio che qualcuno mi imponga dei modelli di pensiero.

Il giorno in cui non sarò più libero di andare in montagna e di godere di colori della natura, il giorno che il mio stato psicofisico mi dovesse impedire di sedermi a scrivere un racconto, un romanza o questo brutto articoletto malfatto non avrò più interesse alla vita. Il giorno in cui percepirò negli occhi della donna che amo la pietà piuttosto che l’amore o nei figli che avrò la fatica a sopportare la mia sofferenza preferirò andarmene. Non credo in un aldilà e penso che quello che è l’uomo si faccia tutto in questa vita, che quello che si lascia in questo mondo sia la sola cosa che conti. Non credo nemmeno in un Dio ma se ci fosse e scoprissi che per lui quello che conta è la quantità di sofferenza che posso offrirgli non vorrei comunque avere a che fare con lui: di sadici è già pieno l’aldiquà non abbiamo bisogno anche di un sadico eterno e onnipotente.
    
L’estetica della morte, proposta dai cristiani è un trucco e come trucco va disvelato. L’estetica della sofferenza serve solo a far sì che il ricco non sia disturbato dal povero, il potente dall’impotente. L’etica della chiesa è un’etica di signori e regnanti e di pecore che vengono condotte dal pastore. Quest’etica della morte e della subornazione al potere non fa per me, non l’accetto come uomo e meno ancora l’accetto quando diventa causa della sofferenza dell’altro vicino a me, costretto come un servo al volere di un padrone che non si è cercato.
       

mercoledì 14 dicembre 2016

#ARTISMO #UNABRUTTAMALATTIA

Per promuovere il progetto https://www.musicraiser.com/it/projects/6653-rabbia-maneggiare-con-cura per undereground? mi è stato chiesto un piccolo contributo per sensibilizzare il popolo sul terribile problema dell'artismo giovanile.

ringrazio Quintin Tarantino per il supporto tecnico


domenica 11 dicembre 2016

I SOPRAVVIVENTI



Si erano dati il nome di “Sopravviventi metropolitani”. Loro sapevano benissimo il perché.
Avevano cominciato da giovani, adesso erano ancora giovani e fra loro girava voce che non sarebbero invecchiati tanto facilmente, anzi, per la precisione, avevano deciso che il primo fra loro che fosse invecchiato sarebbe stato espulso dal gruppo seduta stante. Lo sforzo titanico di restare giovani corrodeva buona parte del loro tempo ma, grazie alla musa, gli artisti non hanno alcun problema con l’orologio.
L’artista non è mai in ritardo, non è mai in anticipo. Il tempo è nelle sue mani: l’artista arriva al momento giusto per interpretare un’epoca, stravolgerla e crearne una nuova. Se arrivi troppo presto non sei un artista, se arrivi troppo tardi al massimo puoi essere un artigiano.
Essere padroni del tempo era per loro più inebriante di qualsivoglia droga, e quello che li inebriava ancor di più era l’assoluta certezza che solo loro sapevano di esserne i padroni. Che senso ha avere un dono così alto se tutti, anche i più miseri, lo possono capire?
I Sopravviventi erano dei profeti, lo sapevano e sapevano che intorno a loro qualcuno lo percepiva, ma non abbastanza.
Si riunivano nello scantinato di un bar nella periferia di Milano, non che non potessero fare di meglio, avrebbero potuto scegliere qualunque posto, ma avevano scelto di rifugiarsi in quella specie di bettola, anzi sotto di essa, perché quei pochi che li potevano raggiungere avessero la certezza della loro diversità. Inoltre la sotto si poteva fumare in pace, nessuno cacava il cazzo. I sopravviventi non stavano alle regole. La rivoluzione culturale era concentrata lì, in quei 20 metri quadrati che puzzavano di Gitane senza filtro carta gialla e di sudore cerebrale.
Ognuno di loro aveva un arsenale sempre pronto, non sai mai quando sarai chiamato alla battaglia. Una copia di: “lo spirituale nell’arte” che quando lo citi fa tremare le palle anche a Gesù Cristo, due copie del loro personale libro di poesie, scritto e autoprodotto rigorosamente in 100 copie. Una rovinata e gualcita per i momenti in cui la vanità superava i limiti dell’umana decenza e l’altra intonsa per i momenti in cui l’ego prendeva il sopravvento e costringeva il fantoccio che il poeta era divenuto a dire: “il mio libro, ne ho qui una copia, ma sa, ho solo questa. Non posso darla via”
No, gentile, non avrai il mio libro dietro al pagamento di una somma di denaro, non sono una scimmia che balla. Il prezzo del mio libro è la tua devozione, chiedimelo ancora e ancora… chiedimelo durante le serate di lettura, chiedimelo dopo che sono sceso da palchetto del localino di Lambrate ebbro di me. Non sono convinto che te lo concederò ma aumenterai le possibilità che il miracolo avvenga.
Oltre a questo tesoro d’inchiostro nello zainetto da pirata urbano c’era anche una agendina nera, mai farsi cogliere impreparato dall’estro. Questa, vera reliquia di quel tabernacolo semovente, era custodita in una tasca diversa. Perché le idee più vecchie non potessero contaminarla.
I passi del sopravvivente erano veloci nella giungla della città:

Arida Milano,
matrigna e matrona.
Ti odio di un amore immenso

Aveva scritto Leo, una volta. Leo, solo Leo. Anche i suoi libri (due per un totale di 40 pagine) erano privi d’altro riferimento, Leo era Leo. Chi lo conosceva sapeva. Una volta qualcuno lo aveva definito “il loro caposcuola” lui si era immensamente offeso. L’unica scuola che Leo tollerava era l’aridità della sua anima quando lo prendeva la tristezza oppure l’ebrezza del suo estro.
Gli avevano chiesto di fare parte di un’antologia di poeti e scrittori. Ma lui gli aveva riso in faccia. Lui non “prendeva parte”. Aveva risposto con una frase che, a voler capirlo voleva dire tutto: Sono troppo umile per essere lusingato e troppo presuntuoso per sentirmi all’altezza.
Avevano riso per tutta la sera di quella frase alla bettola. Sapevano che quei parolai che lo avevano invitato non ci sarebbero arrivati nemmeno dopo un milione di anni. Se li immaginavano lì, curvi davanti allo schermo dei PC a fare la perifrasi di quel distico oscuro.
   
La sera dell’Apocalisse Leo si presentò alla bettola con un grosso sacco di lino chiaro.
“Amici, cosa possiamo dare di più?” chiese al suo pubblico
Tutti si guardarono stupiti come in una nuova Ultima Cena. Cosa avrebbero dovuto dare di più, davano già tutto. Erano arrivati così in là nel dono di sé stessi che un passo oltre sarebbe stato come cercare di andare un metro più a nord del polo nord. Avevano speso l’intera vita a dare un senso al mondo in un modo così splendidamente ermetico che quel sacco chiuso sul tavolo e quella domanda nell’aria sapeva di presa in giro. Se c’era una cosa che i Sopravviventi non potevano sopportare era la derisione, loro avevano guadagnato il diritto poetico a deridere ma essere derisi non era assolutamente nel loro stile. Tanto valeva andare a leggere le loro poesie al primo che passava.
Leo li guardò come si guarda qualcuno che sta perdendo il passo, Agostino, il più colto di loro, si sentì ferito, come se per la prima volta uno di loro li stesse incasellando in una dimensione temporale un prima dove risiedevano tutti loro e un dopo, dove stava solo Leo.
“Oggi ero in metropolitana e sono stato travolto dal Satori” disse lui con una convinzione che trascendeva la normale realtà: “Le parole… le parole sono logore… per quanto ci si sforzi di prendere una parola e trasformarla in una farfalla ardente, dietro c’è sempre il bozzolo vuoto che ha contenuto il verme”
Paolo annuì a occhi chiusi e Agostino, per non sentire di restare ancora più indietro si sporse sul tavolo.
“Allora ho capito” continuava Leo: “Il poeta deve andare oltre la parola. Deve aborrire la parola e trasformare la parola in gesto, atroce e veritiero” Aprì la borsa con fare teatrale ed essa vomitò il suo contenuto senza posa. C’era un coltellaccio da cucina, una corda da montagna, un fermacarte, una bottiglia rotta.
Tutti guardarono gli oggetti sparsi sul tavolo, tutti capirono o credettero di capire ma aspettarono che fosse Leo a parlare: “Compiremo un gesto di sangue, qualcosa che non ha nulla a che fare con le parole, compiremo un atto che trasformi il poeta in poesia stessa” Paolo annuì ancora.
Marcello che ancora non aveva fatto nulla si alzò di scatto e prese il coltello di slancio, poi ci ripensò… era banale un coltello? Meglio il coccio di bottiglia. Cazzo, ormai era fatta, sarebbe passato come quello più banale dei quattro. Il sopravvivente banale, lo avrebbero ricordato così tra mille anni. Gli altri, uno alla volta presero i loro oggetti lasciando a Leo solo il fermacarte.
“Ora spengo la luce e sia fatta la volontà dell’arte” disse alla fine.
E in un attimo fu buio e ci fu solo poesia.


Quando Leo riaccese la luce tutti si guardarono con fiero sdegno negli occhi: “Il gesto è compiuto, il gesto è sacro” disse il poeta trasfigurato: “Ora il coccio di bottiglia lo potete anche lasciare che tanto l’ho trovato nella spazzatura, il fermacarte e il coltello però ridatemeli che sono di mia madre e se non li ritrova domani si incazza come una bestia”

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giovedì 17 novembre 2016

UN MOTIVO COME UN ALTRO



Scena 1
La vecchia al Centro osserva il nulla squallido del giardino pensile del primo piano, una bella distesa di terriccio da riporto ed erba seminata male e cresciuta a chiazze, piante striminzite e una cornice di cemento armato.
L’infermiera sudamericana ha una gran fretta. La vecchia lo intuisce. Ieri gli ha detto che ha una figlia di quattordici anni e che preferisce il turno di notte così di giorno può stare a casa a controllare che vada a scuola piuttosto di appartarsi in camera con qualche maschio da cui si fa levare le mutandine per un passaggio al cinema e un paio di bicchierini il sabato pomeriggio.
L’infermiera ha fretta ma vuole scambiare ancora qualche parola, nonostante quella tristezza tetra e deforme di vecchia le riesce simpatica. Le mette le pillole nel bicchiere e poi si siede sulla seggiola di plastica colorata e le parla. Chiede se oggi ha intenzione di fare due passi con gli altri, c’è il mercato. La vecchia scuote la testa, l’infermiera le fa una carezza. Le dita ossute della vecchia scivolano nel bicchiere e prendono ad una ad una le pillole. Quella azzurra, quella bianca, ad una ad una si affidano alla lingua secca e impastata.
L’infermiera dice che è arrivato il momento del cambio turno. Le dà appuntamento a domani, corre verso lo spogliatoio con il bicchierino di plastica tra le mani.
In tutto un minuto e quarantacinque secondi.

Scena 2
Il parco giochi è immerso nella luce del pomeriggio. La primavera sta facendo il suo e le ossa cominciano a reagire come si deve.
L’uomo con il cappello non ama quel tipo di cambio di stagione, tra non molto dovrà abbandonare gli abiti invernali, in cui si trova fin troppo bene, per indossare quei ridicoli vestiti estivi che sembrano inventati per toglierti la dignità.
Guarda mamma, quel signore con il cappello giallo, hai visto che braccia secche che ha? Hai visto che pelle bianca che ha.
Tanto varrebbe andare in giro con un cartello con la scritta: lezione di anatomia numero 1 “la decomposizione della carne umana”.
L’uomo con il cappello si ricorda gli anni in cui quel parco non era un dedalo di giochi nuovissimi e di bimbi urlanti, una volta era solo un grosso fazzoletto di erba che divideva la fermata dell’autobus dall’ingresso della metalmeccanica.
Almeno la metalmeccanica era morta prima che potesse vedere che cosa era diventato il suo parco.
Non amava i bambini, se li avesse amati avrebbe avuto a disposizione non meno di 4 nipoti da portare in giro e da soddisfare con caramelle e altre amenità. Il figlio più grande era una specie di cecchino dell’utero, aveva ingravidato la moglie una volta ogni anno e mezzo per sei anni di fila, se lo Stato fosse stato meno egoista avrebbe dovuto sterilizzarlo al secondo pargolo. Ma nulla, meglio puntare sulla famiglia numerosa. Che cazzo ci faremo mai con tutti questi bambini? Sono ingiusto, pensò mentre osservava i gruppi di bimbi e di mamme sorveglianti che si appollaiavano apprensive nelle panchine intorno.
Apri il giornale: Liberal, in prima pagina i musulmani “sono una minaccia”, terza pagina “gli zingari” sono un pericolo, poi il governo “è la causa dei musulmani e degli zingari” e non pensavano ai vecchi come lui che soffrono e non arrivano alle fine del mese. Ci mancava anche il governo a dovere pensare a lui, quanti occhi doveva avere addosso?
Scena 3
Stesso parco stesso vecchio, stesso giornale che ora parla della sua Milano, non è evidente a tutti che ormai il degrado supera ogni limite? Non è evidente che comandano i centri sociali? Non è evidente che una povera donna non si sente più sicura nemmeno a uscire di casa?
L’uomo col cappello guarda il parco immerso nel sole di fine aprile e si risponde: no, non dovrebbe avere paura, non c’è nulla di evidente.
La ragazza con la faccia da angelo arriva quasi all’improvviso, gli si accosta da sinistra, ha appena lasciato il suo pargolo con altri bambini nelle mani di quella che di sicuro è l’amica del cuore.
“Salve, anche oggi qui” dice cordiale al vecchio che abbassa istintivamente il giornale e sorride con fare bonario.
“Salve”
“Continua a dire che i bambini non fanno per lei ma poi viene sempre al parco”
“I bambini non fanno per me ma l’aria aperta fa un gran bene alle ossa, non mi piace restare in casa di pomeriggio”
“Fa bene, sa, mio padre invece da quando è in pensione si è attaccato al divano”
L’uomo annuisce, con un gesto cortese fa cenno di sedersi, ama le conversazioni casuali, ama anche le donne, o meglio, le ha amate molti anni prima.
“Perché non ci porta mai i suoi nipotini qui? Sono sicura che a loro piacerebbe”
Lui sorride senza dare una risposta, lei capisce di avere sconfinato.
“Ieri parlavo di lei a mio marito, mi ha detto che noi mamme dobbiamo avere cura anche di lei, che in questo periodo un ve… un anziano… da solo è in pericolo tanto quanto un bambino”
Altro sorriso: “E allora che venga suo marito a difendermi, anzi a difendere tutti noi” faccia spaventata
Lei ride, poi guarda le punte delle scarpe: “Lui lavora, non avrebbe tempo” poi si riprende: “ma non voglio che pensi male, vuole un bene dell’anima a noi due, se potesse, con dei ritmi più umani, sarebbe molto più presente”
“Immagino, senza meno”
“E’ questa città, tutto questo caos, mio marito dice che sembra che Milano si porti sulle spalle tutta l’Italia: gli altri alla moviola e noi a correre”
“Io amo Milano, e non ho mai corso in vita mia, anzi” sorride alla giovane mamma
“Lui vuole un altro figlio” dice lei piano: “Io non so se me la sento, ma lui dice che almeno ne facciamo due vicini che crescono assieme” guarda il bambino che gioca con gli altri, sembra divertirsi tanto, ha appena spinto un altro bambino a faccia in giù sul selciato, lui ride, l’altro bambino piange disperato, la giovane mamma con la faccia angelica scatta in piedi e urla il nome del figlio poi corre verso di lui e lo rimprovera, lo minaccia che alla prossima si va a casa. L’uomo sa che è una bugia, non saranno le marachelle del bambino a farli filare a casa tra poco.
Torna da lui: “A volte sembra fuori controllo, scatta così e fa queste cose. Forse sono io, non sono abbastanza severa” La vena del collo pulsa, sta cercando di mantenere la calma: “Ma se poi non sono io? Se poi viene fuori che ha un disordine della personalità? L’altro giorno al nido è venuta una psicologa a parlare, sembra che le facciano venire per farci paura, ha detto che i disordini di personalità hanno un esordio sempre più precoce e che è facile confonderli con tratti peculiari del carattere, magari io penso che è solo vivace e lui poi ha un problema e io non sono stata capace di vederlo”
L’uomo ascolta e annuisce, come deve fare un vecchio al parco, una specie di cassonetto della spazzatura dell’anima. Si parla tanto di raccolta differenziata, lui è il cassonetto dell’umido, raccoglie tutte le certezze in decomposizione, le angosce maturate sulla mensola della cucina e che ormai non sono più buone, le paure lasciate nel contenitore per alimenti nel frigorifero che hanno generato nugoli di batteri e muffe…
La ragazza con la faccia da angelo si protende con il busto in avanti, dalla scollatura della camicia si vede fin troppo bene il generoso seno, lei si accorge ma richiude il bottone con lentezza: “Una volta avrei chiesto scusa, ma dopo che per mesi tutti mi hanno guardato le tette senza pudore mentre allattavo ci ho perso l’abitudine, alla fine sono solo ghiandole mammarie” sorride.
“Verrà qui anche domani?”
“Credo di no, mercoledì e venerdì vado a fare visita ai miei amici” la ragazza capisce di che parla anche per via di quello sguardo rassegnato… invecchierà anche lei, e perderà anche la sua bellezza angelica, non sarà più nulla, pensa, anche lei farà il giro dei cimiteri, per trovare i vecchi amici e aspetterà di essere dall’altra parte della lapide.
“Allora ne prendo per oggi e per domani, anche per la mia amica” dice senza guardarlo
Estrae dalla tasca dei pantaloni due banconote da 50. E le mette nelle pagine del giornale chiuso che divide lei dall’uomo con le sue montagne di odio e rabbia su carta stampata.
L’uomo estrae un piccolo porta caramelle in metallo dalla tasca. La ragazza lo prende e lo apre.
“Nicolas, vieni Nicolas, guarda cosa ti regala il signore, dì grazie”
Il bambino arriva trotterellando al richiamo delle caramelle.
“Una sola però” dice l’uomo col cappello: “poi il resto lo tiene la mamma” il bambino annuisce e prende una caramella gommosa dal mucchio lasciando nella scatola le quattro pastiglie di Seroxan e le due di Prozac, per l’amica che intanto si prende amorevole cura dei pargoli al parco giochi.
La ragazza con il volto da angelo fa cenno alla brunetta bruttina e sovrappeso che anche per oggi ci sono e che possono cominciare a levare le tende da quel paradiso di metallo e plastica color prato inglese.
Ora le due hanno un motivo per alzarsi domani mattina.

Scena 4
L’infermiera sudamericana è contenta di quel signore con il cappello che viene sempre a trovare la sua paziente speciale. Tutti i mercoledì e venerdì fa tappa fissa alla casa di riposo.
Non ci mette tanto tempo, solo un quarto d’ora poi riprende il cappello e il cappotto e saluta, poco tempo che però fa molto bene alla sua paziente che in quei giorni è molto più contenta e affabile.
Quel giorno l’infermiera si accorge di un particolare non insolito e lo rincorre.
Lo raggiunge prima che l’ascensore si apra al piano e gli permetta la fuga: “Signore, signore” lui si gira distratto e osserva la scatoletta di caramelle tra le mani dell’infermiera.
“Anche lei non ci si metta per favore, la signora ha il diabete, ho visto che apriva la scatolina prima, una caramella va bene, ma non faccia il cattivo non pensi che non mi accorgo che gliele lascia lì di proposito”
Il vecchio col cappello fa la faccia contrita: “Chiedo scusa signora, non capiterà più”
Nell’ascensore apre il suo astuccio di caramelle, la sua amica ha fatto il suo dovere, nel week end manderà qualcuno a portarle i soldi. Tocca appena le pillole con la punta delle dita e ringrazia il cielo che la lingua dei vecchi sia così secca.